Michele de Pascale torna a criticare il governo dopo l’impugnazione della legge dell’Emilia-Romagna sul fine vita. Il presidente della Regione ha definito il ricorso alla Corte costituzionale una scelta politica, sostenendo che la vicenda rischi di trasformarsi in una campagna elettorale condotta sulla pelle di persone in condizioni di grave fragilità.
De Pascale è intervenuto a margine dell’inaugurazione dell’ampliamento del Tecnopolo di Bologna-Ozzano intitolato a Rita Levi-Montalcini. Secondo il governatore, la normativa regionale sarebbe stata elaborata nel rispetto del perimetro tracciato dalla Corte costituzionale e avrebbe l’obiettivo di disciplinare gli aspetti organizzativi del suicidio medicalmente assistito.
Il ricorso del governo
La legge regionale, approvata con il numero 10 del 28 luglio 2026, stabilisce le modalità organizzative per dare attuazione alle sentenze della Consulta. L’obiettivo dichiarato dalla Regione è evitare differenze nelle procedure tra le aziende sanitarie e ridurre il rischio che i cittadini debbano rivolgersi ai tribunali in una fase già segnata da una particolare sofferenza.
Il Consiglio dei ministri ha deciso di impugnare la norma ritenendo che alcune sue disposizioni invadano competenze riservate allo Stato. Palazzo Chigi contesta, in particolare, il ruolo attribuito alle linee guida regionali nella definizione di alcuni requisiti e solleva dubbi sulle garanzie relative alla disponibilità di un percorso personalizzato di cure palliative e di ulteriori forme di sostegno.
De Pascale ha respinto le critiche rivolte al sistema regionale delle cure palliative, sostenendo inoltre che questo aspetto non coincida con i punti giuridici oggetto del ricorso. Il presidente ha riferito che la Regione aveva manifestato disponibilità a valutare eventuali microcorrezioni sulle questioni contestate, ma che avrebbe prevalso, a suo giudizio, la contrapposizione politica.
La posizione della Regione
L’Emilia-Romagna si prepara ora a difendere il provvedimento davanti alla Corte costituzionale. Secondo de Pascale, il governo non avrebbe messo in discussione la possibilità per le Regioni di intervenire con proprie norme, concentrando invece le contestazioni su singoli aspetti della disciplina. Da qui la richiesta di un intervento nazionale: il presidente considera inaccettabile che possano essere adottate venti regolamentazioni regionali diverse senza una legge dello Stato.
L’impugnazione non determina automaticamente la sospensione della legge. Il ricorso apre un giudizio sulla legittimità costituzionale della norma e l’esito spetterà quindi alla Consulta. Per questo, considerare il provvedimento già bloccato significherebbe anticipare una decisione che non è ancora stata assunta.
Sulla stessa linea del presidente regionale si è espresso Paolo Trande, primo firmatario della legge per Avs, che ha parlato di stupore per l’iniziativa del governo. Anche il segretario di +Europa Riccardo Magi ha criticato l’impugnazione, sostenendo che l’esecutivo lasci senza risposta la richiesta di una disciplina nazionale e ostacoli le Regioni impegnate a definire procedure applicabili ai cittadini.
La controversia passa così dal confronto politico alla sede costituzionale. Al centro del procedimento restano la distribuzione delle competenze tra Stato e Regioni e la necessità di garantire regole chiare e uniformi alle persone che affrontano una delle decisioni più delicate della propria vita.