Innovazione medica

A Bologna, paziente con Sla evita la chirurgia per le occlusioni

Una procedura combinata ha fissato il sigma e ridotto i rischi legati all’anestesia

A Bologna, paziente con Sla evita la chirurgia per le occlusioni

Un paziente affetto da Sla ha superato una grave patologia intestinale all’ospedale Maggiore di Bologna senza ricorrere alla chirurgia tradizionale, considerata troppo rischiosa per le sue condizioni generali. Il trattamento, realizzato nelle scorse settimane, è stato utilizzato per affrontare una serie di occlusioni ricorrenti al sigma, l’ultimo tratto dell’intestino crasso.

La procedura è nata da un’intuizione di Alba Riccheo, direttrice dell’Anestesia dell’ospedale Maggiore, che aveva seguito il paziente dopo i ripetuti accessi al pronto soccorso necessari per risolvere i blocchi intestinali. Di fronte alla necessità di intervenire chirurgicamente e ai rischi legati al quadro clinico, la specialista ha valutato la possibilità di stabilizzare l’intestino con una tecnica meno invasiva.

Il trattamento eseguito con il paziente vigile

L’idea è stata sviluppata da Marco Bassi e Giacomo Tamanini, specialisti in endoscopia, insieme al radiologo interventista Antonio Bruno e alle rispettive équipe. La procedura è stata realizzata con la disponibilità della chirurga Silvia Aldrovandi e ha coinvolto competenze endoscopiche, radiologiche e chirurgiche.

Il trattamento prevede il fissaggio della parte di intestino interessata alla parete addominale attraverso piccole ancore inserite mediante aperture cutanee di dimensioni ridotte. L’obiettivo è mantenere più stabile il sigma e diminuire la possibilità che si verifichino nuove occlusioni. In un secondo momento viene posizionato un sottile tubicino che mette in comunicazione l’intestino con l’esterno, consentendo di ridurre la pressione interna in caso di accumulo di aria o gonfiore.

Secondo quanto riferito da Bruno, il metodo riprende una procedura eseguita abitualmente per la gastrostomia percutanea, adattata in questo caso al sigma. Il paziente è rimasto sveglio e vigile durante l’intervento, evitando l’anestesia generale. Per Riccheo, questa possibilità ha rappresentato un elemento importante anche perché avrebbe consentito di evitare una tracheotomia, percepita dal paziente come un ulteriore motivo di preoccupazione.

Un caso considerato il primo in Italia

In base alla letteratura medica consultata e alle conoscenze dell’équipe, quello eseguito al Maggiore sarebbe il primo caso in Italia realizzato con il supporto combinato di strumenti endoscopici e radiologici per questo tipo di trattamento. I medici sottolineano che la scelta è stata preceduta da uno studio approfondito e da un confronto costante con il paziente, valutando i possibili benefici e i rischi dell’alternativa alla chirurgia.

L’esperienza potrebbe ora essere applicata ad altri pazienti fragili o affetti da malattie neurodegenerative. Due persone sono già in attesa di sottoporsi alla stessa procedura, secondo quanto riferito dall’équipe. Il risultato viene quindi considerato non soltanto una soluzione individuata per il singolo caso, ma anche un possibile punto di partenza per affrontare situazioni analoghe con tecniche meno invasive.