Memoria e verità

Nuove vittime e testimoni riaprono il caso Uno Bianca

Due feriti dell’attentato alle Poste entrano nell’associazione. Gli inquirenti raccolgono dichiarazioni su Castel Maggiore e via Lame.

Nuove vittime e testimoni riaprono il caso Uno Bianca

La vicenda della Uno Bianca continua a far emergere nuovi elementi. Due persone ferite nell’attentato all’ufficio postale di via Emilia Levante, a Bologna, hanno recentemente chiesto di entrare nell’associazione dei familiari delle vittime. Si tratta di due sopravvissuti all’esplosione del 15 gennaio 1990, quando un ordigno fu fatto detonare durante la consegna del denaro a un furgone portavalori. L’attacco provocò oltre 50 feriti e la morte di Giancarlo Amorati.

A riferire la notizia è Alberto Capolungo, presidente dell’associazione e figlio di Pietro Capolungo, l’ex carabiniere ucciso il 2 maggio 1991 nell’armeria di via Volturno insieme a Licia Ansaloni. Secondo il presidente, l’attenzione tornata sulla banda dei Savi avrebbe spinto alcune vittime a farsi avanti. Capolungo ha rivolto un appello anche a eventuali testimoni ancora in possesso di informazioni, invitandoli a collaborare con gli investigatori.

Le verifiche su via Lame

L’inchiesta sulla banda dei Savi è ancora aperta. Dopo le interviste televisive rilasciate da Fabio e Roberto Savi nel maggio scorso, i familiari delle vittime hanno incontrato in Procura i magistrati che seguono il caso. Il procuratore capo Paolo Guido avrebbe assicurato che il lavoro prosegue con riservatezza e che eventuali comunicazioni ufficiali arriveranno soltanto in presenza di sviluppi giudiziari concreti.

Tra gli elementi sottoposti ai pm figurano le dichiarazioni di un ex agente di polizia, ascoltato più volte anche di recente. Il testimone ha riferito di essere stato accompagnato da Roberto Savi, nel 1990, in un’abitazione della zona di Porta Lame, dove avrebbe visto alcune pistole e incontrato una persona che, secondo il racconto, avrebbe potuto reclutarlo per attività clandestine. Le dichiarazioni sono state richiamate in una nota difensiva depositata dagli avvocati Alessandro Gamberini e Luca Moser per conto dei familiari.

La documentazione cita anche la società Gattel, indicata in vecchie inchieste giornalistiche come una possibile struttura di copertura del Sisde nell’area di via Lame. I legali chiedono di verificare chi fossero gli agenti operativi collegati alla società tra il 1989 e il 1994 e se il testimone possa riconoscere la persona incontrata all’epoca con Roberto Savi. Si tratta, al momento, di elementi al vaglio dell’autorità giudiziaria e non di conclusioni definitive.

Il duplice omicidio di Castel Maggiore

Un altro filone riguarda la morte dei carabinieri Cataldo Stasi e Umberto Erriu, uccisi a Castel Maggiore il 20 aprile 1988. Un nuovo testimone, già ascoltato dai magistrati, sta fornendo informazioni che potrebbero sostenere l’ipotesi di un agguato premeditato. Secondo quanto riferito, i due militari avrebbero appreso qualcosa che non avrebbero dovuto conoscere e ne avrebbero parlato con altre persone.

Restano da chiarire diversi aspetti di quella sera: il cambio di turno deciso all’ultimo momento, una chiamata radio che avrebbe spinto la pattuglia a invertire la marcia e la presenza di una terza persona nell’auto. Il 6 maggio 1988, inoltre, al comando dei carabinieri di Firenze arrivò una lettera anonima che parlava di un agguato. L’esposto presentato nel 2023 dagli avvocati Gamberini e Moser ha contribuito alla ripresa degli accertamenti.

Il 13 ottobre sarà dedicato alla memoria di tutte le vittime. A Bologna sono inoltre previste, tra novembre 2026 e il 2027, mostre, incontri e proiezioni promossi dall’associazione. Il programma comprende appuntamenti con studenti ed esperti, una mostra a Palazzo d’Accursio e un progetto a fumetti dedicato alle vittime. Le iniziative puntano a raccogliere testimonianze e documenti attraverso il sito dell’associazione, mantenendo aperto il confronto su una storia che presenta ancora numerosi interrogativi.