Abderrahim Fakir, 42 anni, è morto per un’insufficienza respiratoria acuta legata a una condizione di ipossia, cioè una carenza di ossigeno. Il decesso è avvenuto il 19 luglio, mentre l’uomo veniva immobilizzato da agenti di polizia al Pialstro. Resta da chiarire quale peso abbiano avuto i diversi fattori emersi nel corso degli accertamenti.
Il confronto tra i consulenti
La questione è stata esaminata durante una riunione del pool di esperti che si è svolta a Padova. Tra i consulenti incaricati dai pm bolognesi figura Cristina Basso, anatomopatologa ed esperta di patologie cardiache. La relazione conclusiva del collegio dovrà essere depositata il 21 ottobre. La Procura di Bologna, in attesa del documento, mantiene una posizione prudente e ha confermato che i tempi indicati saranno rispettati.
Secondo l’avvocato Secondo Fabio Anselmo, che rappresenta la famiglia di Fakir, il caso presenterebbe analogie con la morte di Riccardo Magherini, avvenuta a Firenze nel 2014 durante un fermo dei carabinieri. Il legale sostiene che si tratti di una morte ipossica legata alla posizione prona. La cocaina assunta dal 42enne, secondo questa lettura, non avrebbe avuto un ruolo causale, ma avrebbe contribuito, insieme allo stato di agitazione, ad aumentare il fabbisogno di ossigeno mentre l’uomo era immobilizzato.
Le tesi contrapposte
Di segno opposto la ricostruzione dell’avvocato Gabriele Bordoni, difensore dei due poliziotti coinvolti negli accertamenti. Dopo il confronto con il consulente Matteo Tudini, il legale indica nella droga la causa principale dell’ipossia, richiamando il sanguinamento alveolare dei polmoni e una concentrazione metabolica di cocaina che, secondo la difesa, sarebbe stata superiore di tre volte alla dose letale. Tra gli altri possibili elementi concausali vengono indicati una fibrosi cardiaca, potenzialmente collegata all’uso pregresso della sostanza, e la posizione prona. Bordoni riferisce inoltre che non sarebbero emersi elementi riconducibili allo spray al peperoncino o alla compressione esercitata durante l’intervento.
Nel procedimento risultano coinvolti anche quattro sanitari, assistiti dall’avvocato Mario Simoni. La difesa della famiglia ha riferito che durante la riunione sarebbero stati sollevati rilievi sulla gestione sanitaria e, in particolare, sulla mancata chiamata di un medico mentre Fakir si trovava in stato di agitazione. Simoni invita però ad attendere la relazione definitiva e sottolinea che, secondo i consulenti del pubblico ministero, l’insufficienza respiratoria sarebbe riconducibile a più fattori: la posizione prona, la quantità elevata di cocaina e lo stato di agitazione psicomotoria.
Il punto centrale dell’inchiesta resta quindi la valutazione del contributo avuto da ciascun elemento: l’immobilizzazione, l’assunzione di cocaina, l’agitazione e le condizioni cardiache del 42enne. Le interpretazioni espresse dai legali sono divergenti e non rappresentano ancora le conclusioni formali degli esperti. Per quelle sarà necessario attendere il deposito della relazione del collegio, fissato per il 21 ottobre.